
La mia prima Erasmus Study Visit in Kosovo: dove ho scoperto che “bora-bora” può voler dire molto di più di un’isola tropicale
Autore: Andrea Perrino
Ho recentemente completato un viaggio di studio in Kosovo con l’Erasmus Study Visit (il primo a cui abbia mai partecipato!), intitolato Act for Future. È stata un’autentica rivelazione – e tra poco vi spiegherò perché. Ma prima, una breve introduzione.
Dal 7 aprile al 12 maggio 2025, ho vissuto un’esperienza intensa e profondamente formativa, esplorando la società civile e i progetti promossi dagli attivisti in questo giovane paese balcanico. L’organizzazione principale è stata lo Youth Center Drenas, mentre la sede delle attività era la Europe House, centro di promozione dei valori e della cultura europea in Kosovo.
Tra i momenti più significativi, c’è stato l’incontro con la delegazione dell’OSCE in Kosovo, che ci ha illustrato sfide e progressi del percorso di democratizzazione del Paese. Un altro incontro che mi ha colpito profondamente è stato quello con Madame Elizabeth Gowing, consigliera del Primo Ministro per le minoranze: con grande passione ci ha raccontato come molti cambiamenti partano dal basso, come quando iniziò a insegnare gratuitamente ai giovani rom emarginati, dando vita – quasi per contagio positivo – a classi informali sempre più numerose, animate dal desiderio di imparare.
Abbiamo poi dialogato con Dren Puka, direttore della Kosovar Civil Society Foundation (KCSF), che ci ha guidati alla scoperta della storia dell’attivismo civico in Kosovo, con un focus sulla guerra d’indipendenza (1998–1999).
Un’attività particolarmente toccante è stata quella dedicata al ruolo delle associazioni femminili nel processo di emancipazione del Paese. Emblematica, ad esempio, la “Marcia del Pane per Drenica” del 16 marzo 1998: organizzata dalle donne kosovare, fu un atto di solidarietà verso le popolazioni sotto assedio nella regione.
La società civile in Kosovo è nata in modo spontaneo, come risposta alla repressione jugoslavo-serba, ed è oggi un motore vitale del cambiamento. L’attivismo femminile, in particolare, ha giocato – e gioca tuttora – un ruolo fondamentale, in un Paese che, nonostante le difficoltà economiche, della ricostruzione post-bellica e di un difficile inserimento diplomatico nella Comunità internazionale, continua a costruire la propria identità democratica con grande velocità e successo.
Durante una visita a Prizren, storica e vibrante capitale culturale del Kosovo, abbiamo visitato l’Innovation and Training Park (ITP), la Biennale Autostrada e il KINO LUMBARDHI, uno spazio culturale d’avanguardia, ancora oggi difeso con determinazione dall’attivismo locale. In quel contesto abbiamo riflettuto su come arte e cinema possano essere strumenti potenti di impegno civico. E non dimenticherò mai l’emozione di ascoltare, dalla collina che sovrasta la città, i richiami dei muezzin provenienti dalle oltre trenta moschee di Prizren, fondersi in un’orchestra suggestiva ed accogliente. Il sincretismo architettonico e culturale del Kosovo – a tal proposito merita una menzione la splendida ed imponente Concattedrale di Santa Madre Teresa, dalle cui torri si gode di un punto d’osservazione privilegiato sul panorama ondulato della città e che abbraccia i monumenti più celebri, come la Biblioteca nazionale – mi ha mostrato un volto inaspettato ed affascinante dell’Europa.
Voglio ringraziare di cuore gli organizzatori e i miei compagni di viaggio. Questo primo Erasmus Study Visit (un’esperienza formativa gratuita resa possibile dall’Unione Europea!) ha acceso in me una scintilla. A neppure un mese di distanza, sto già per partire per due nuovi Erasmus Training, in Croazia e Romania, dedicati ai temi dell’identità europea e dell’intelligenza artificiale. A volte basta davvero un’esperienza per cambiare prospettiva. Questo viaggio in Kosovo ha rafforzato in me una convinzione: il mio europeismo non è solo un’idea, ma una pratica viva e quotidiana.
L’essenza della formazione Erasmus è l’empowerment, l’auto-valorizzazione a 360 gradi. E voglio concludere con un piccolo esempio che racchiude lo spirito di questa esperienza: tra noi partecipanti, abbiamo stabilito un piccolo “codice” di convivenza, e una delle parole chiave era bora-bora. Ogni volta che qualcuno cominciava a parlare nella propria lingua madre (una tentazione comune ma che rischia di lasciare i partecipanti di altri paesi esclusi), bastava pronunciare quel nome per ricordarci – con un sorriso – di tornare a parlare in inglese. All’inizio poteva sembrare difficile, ma giorno dopo giorno bora-bora è diventata una parola magica, che veniva pronunciata con sempre più disinvoltura anche dai compagni internazionali più timidi. Una risata condivisa, e si tornava a comunicare, in inglese, insieme.
Andrea Perrino
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